Il Campanile di San Lorenzo Isontino:

EVOLUZIONE ARCHITETTONICA

Tratto dal libro "Storia del campanile di San Lorenzo Isontino" di Giovanni Marega e Liliana Mlakar

Nel corso di oltre quattro secoli di storia del campanile di San Lorenzo, - lo ricordiamo - delinea il profilo dell’aggregato urbano rimanendo nel corso dei secoli riferimento visivo oltreché morale per la comunità paesana, ha mutato notevolmente e ripetutamente la propria fisionomia, ma due sono i passaggi significativi che incidono una netta variazione compositiva al campanile.

Il primo lo riscontriamo ai primi del Seicento quando da un campanile a vela si opera la costruzione di una torre a sé stante.

Il secondo salto di scala si ha a fine Ottocento con la demolizione della torre esistente e la costruzione sullo stesso sito della nuova torre campanaria, che ha conservato le medesime sembianze sino ad oggi, garantite da alcuni interventi di restauro nel corso del Novecento.

Il primo campanile di San Lorenzo di cui si hanno notizie certe era quindi a vela, ossia una semplice elevazione muraria a due spioventi sulla facciata della piccola chiesa e presentava due aperture che ospitavano due piccole campane. Tale tipologia era comune a molte chiese e cappelle votive dell’area friulana e si riscontra ancor oggi specialmente nelle chiesette di aperta campagna piuttosto che in quelle dei centri urbani, che, come quella di San Lorenzo, furono oggetto di ampliamenti ai bisogni della comunità. Nel 1611 si ha già una torre campanaria che con la cuspide raggiungeva i 20 metri d’altezza da terra, Costruita in pietrame, in parte recuperato dai fortini presenti nelle vicinanze della località, possedeva le facciate intonacate e pianta quadrata, la torre era scandita sino all’altezza d’impianto della cella campanaria solamente da due cornici marcapiano, mentre davano luce alle scale interne feritoie in asse ed un oculo sovrastante la prima cornice, che sarà riproposto – probabilmente come elemento distintivo – anche nell’odierno campanile.

La cella campanaria prendeva luce da bifore contornate in pietra disposte su ogni lato ed era delimitata da due cornici a più fasce. La costruzione terminava con una cuspide a piramide piuttosto tozza, impostata su di un basso tamburo. Sarà già questa torre che  in un secondo momento verrà collocato un orologio meccanico rivolto verso la piazza. Fu proprio la posizione non molto alta dell’orologio pubblico ed il fatto che nel 1752 fu eretta la chiesa esistente, la quale sminuì la dimensione della torre, ad indurre la Comune nella prima parte dell’ Ottocento a sopraelevare il campanile. Nel 1853 murate bifore esistenti, si poté collocare l’orologio e la demolizione della piramide consentì l’elevazione di una nuova cella campanaria alta circa quattro metri sovrastata da una piramide più alta e slanciata della precedente. Per quanto riguarda la terminazione a piramide di questo genere, bisogna notare, che non è tra le coperture più frequenti nei campanili del Goriziano e  la si riscontra maggiormente nelle località che furono di dominio veneto piuttosto che arciducale, quale era San Lorenzo.

Tuttavia nel 1875 dopo quarant’anni dall’elevazione motivi di carattere statico indussero il Comune al rifacimento della torre dalla base della cella campanaria. Il progetto fu affidato al perito Tomasin di Gorizia ed il risultato fu un campanile più comune alle tipologie di quegl’anni del Goriziano e più consono ai tipi della tradizione austriaca.

La cella campanaria fu ricostruita con un’altezza pari pressoché alla precedente, con un’altra monofora con arco a tutto sesto su ogni lato e due ricche cornici: alla base ed in cima; composte da tasche di diversa altezza e da una fila di dodici beccatelli su ogni lato.

Sopra la cella campanaria si elevò uno slanciato tamburo ottagonale intonacato che presentava su ogni lato degli incavi rettangolari che ospitavano degli oculi nella parte alta. La copertura era in lastre di lamiera a forma di cuspide ondulata terminante con un bulbo sul quale una piccola palla sosteneva una banderuola, la croce a più bracci ed in cima un’ulteriore banderuola a forma d’uccello.

Del 1897 è la costruzione ex-novo del campanile con la demolizione dell’esistente, rispetto al quale risulta più imponente e decisamente più alto (43,2 contro 29,2 m). Il progetto e la costruzione

Sono affidati al mastro Gerolamo D’Aronco, impresario edile e già costruttore di alcune torri campanarie nel Friuli Veneto. La commessa D’Aronco (udinese, ma gemonese di nascita) condizionò la tipologia del campanile che è decisamente estranea alle coeve tipologie del Goriziano, ma si rifà a tipi decisamente veneti e prossimi allo stile marciano.

Un caso che però non rimarrà isolato, in quanto nel dopoguerra la ricostruzione di vari campanili della zona abbracciò questi canoni (Lucinico, San Pietro di Gorizia, Vertoiba, Farra – ad esempio), ma qui l’intento era politico: ricostruire senza riproporre le precedenti cipolle in rame, troppo asburgiche rispetto a coperture a piramide e facciate in mattoni a vista di matrice veneta e quindi rappresentative di italianità secondo la concezione politica dell’epoca.

Il nuovo campanile ha pianta quadrata e dalla base sino alla sommità ha gli angoli profilati in blocchi lisci squadrati di pietra d’Aurisina, mentre per il resto è in mattoni a vista. Solamente mezza parte della base è trapezoidale presenta pietra viva proveniente dalle cave del Carso, detta pietra di Muggia. Lungo tutto il fusto del campanile sino alla cella campanaria vi sono quattro oculi ed in cima solamente sui lati anteriore e posteriore, il quadrante dell’orologio.

La cella campanaria propone una monofora su ogni lato che riprende quella dell’antecedente campanile, ma questa volta completata da una balaustra con pilastrini; gli angoli della cella fungono da lesene, con capitello ed un alto fregio in pietra liscia con sopra una serie di beccatelli che sostiene il cornicione. Il campanile si sviluppa poi con una base, sempre a pianta quadrata, per la piramide terminale anch’essa in mattoni a vista contornati da pietra d’Aurisina.

Giacomo Pantanali

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E' disponibile presso il comune di San Lorenzo Isontino il libro "Storia del campanile di San Lorenzo (1570-1925)", di cui riportiamo una recensione di Ferruccio Tassin tratta dal periodico "Sot dal Tor Aiello del Friuli":

Storia del campanile di San Lorenzo (1570-1925).

Un libro a quattro mani, di Vanni Marega e Liliana Mlakar

In più parti ci sono stati concorsi per racconti, addirittura romanzi, in poche parole. Ci ho provato, per l’analisi del libro; 6 elementi lessicali: «Il libro è bello ed elegante!».

Aggiunto perfino un punto esclamativo, assertivo, oscillando tra autorevole e autoritario.
Sintesi positiva, ma risultato modesto. Allora mi sono votato alla battuta, poco letteraria, ma piena di sapienza, distillata da pre Bepo di Muscli, che poi era un Marcosig di Lucinico: «Predicis curtis e gustâs luncs».

Si cercherà di rifarsi alla prima parte della massima.
Le pagine sono 200 e, dopo l’indice, a sigillo dell’opera, c’è una foto, - calda e rasserenante - che fa svettare il protagonista nello sguardo sognante di un bambino.

Il campanile emerge, ma quasi raccorda l’infinito del cielo con il quotidiano di costruzioni antiche, e di adattamenti da necessità delle aggiunte.

Da inizio a fine testo, 121 pagine, compresi i partecipi interventi - pittorico - di Pierluigi Augeri, in copertina - verbali - di don Nino Bearzot, Gualtiero Franco, in apertura; e la serie di utilissimi disegni realizzati da Vanni Marega, con la illustrazione architettonica di Giacomo Pantanali.

Uniti ai documenti da pagina 123 a 200 (segnalati graficamente da una fascia beige a bordo foglio), sono il contrappunto alla sinfonia nel racconto di Giovanni Marega e Liliana Mlakar.

Insieme con gli schizzi e le foto, intridono, imbombissin, con sapore e colore, lo svolgersi degli eventi
Storia del campanile di San Lorenzo (1570-1925), edito dalla parrocchia di San Lorenzo Martire, stampato, con chiarezza e nitore, dalle Poligrafiche che San Marco di Cormons, su progetto grafico di Giacomo Pantanali, fa fluire avvenimenti, che galleggiano nel tempo o si ancorano nella storia. A seconda del loro essere transitori, collaterali al filone principale che tratta di campane e campanili, per 5 secoli, o punti fermi.

Il campanile dev’essere capito? Ecco gli elementi storici, simbolici, liturgici, tecnici.

Va collocato nella storia? Emergono le origini del nome del paese, dal 1083. Nella grande storia eco nelle transazioni dei potenti, ma nella storia patria, fatta di gente che si conosce a breve o a più ampio spazio, ribolle di passioni; piange, si rallegra e vive del quotidiano, perché del quotidiano si nutre la vita del campanile e ad esso la restituisce.

Nei particolari delle mappe, opportunamente richiamate a pag. 106, si leggono ancora le tracce di una centa, fortificazione elementare eretta in luogo strategico nel Medio Evo. Il cuore del paese, pur non sempre coincidente con quello topografico, a difesa della gente in lotte senza fine. Le campane erano sempre il segnale forte. Compaiono nella visita dell’abate Bartolomeo di Porcia, che veniva a controllare la vita ecclesiastica e religiosa, dopo il concilio di Trento, e a farla coincidere coi sui dettami.

Vien fuori, come in un romanzo, una pietra parlante coll’epigrafe, pur nelle sue abbreviazioni estreme, unite a una data, il 1611, certificata dalla presenza di un pievano di Lucinico, di cui San Lorenzo era curazia; gli Autori la fanno coincidere con quella che ricorda la costruzione del campanile. Questo vive insieme alla sua gente la guerra di Gradisca e compare nelle carte, riaffiorando sotto traccia, come elemento, in una foto del 1892. Non ogni passaggio del libro può essere ricordato, per il tempo che passa e per la ricchezza delle ricerche, in cui si incastrano sapientemente elementi economici e di tecnica campanaria, dovuti alla passione magistrale di Vanni Marega.

Si deve ricordare, come emblematico, un dipinto che parla di confini e getta uno sguardo a volo d’uccello sulla contea di Gorizia.

È quello di Simeon Goldmann (1799), che avvalora la tesi degli Autori.
Ancora lo spirito indagatore di Marega si manifesta nell’inseguire avventurosi riutilizzi di elementi del campanile; manufatti di pietra prontamente rimessi in vora per una economia, di così breve volgere, da assumere quasi un movimento circolare interno alla comunità: diventano sostegno a una croce, a un fanale, a una statua... Date fondamentali per il campanile, come il 1875, per i lavori e un orologio (tutto spiegato da disegni e toccanti memorie quali i pesi in pietra affettuosamente conservati) vengono sviscerate, sempre con l’ausilio di documenti, e chi parla ha visto Vanni Marega in vari archivi compulsare montagne di carte.

La groppa della gente doveva sopportare aumenti di imposte e tasse; dar da godere la caccia ai ricchi - nutrendo la selvaggina col proprio - pur di far crescere, ricrescere, raddrizzare, rafforzare il campanile, e racconciare impalcature, rifondere campane.

Altre volte, era generosità spontanea fatta di oboli, manovalanza, carreggi. Marega ci conduce per mano in infuocate o più pacifiche fasi di vita comunale per il campanile, e in momenti come il drammatico 1896, altra pietra miliare nella vita del bel campanile di San Lorenzo opera di Girolamo D’Aronco. Un insieme d’anima di pietra locale scavata di fresco (ci sono anche le ditte dei cavatori in questa acribiosa ricerca); in pietra più ricca sudata con prestiti offerte, e impegno corale della comunità Sanlorenzina; mattoni sloveni e cemento italico, la nuova pietra. Tempi record per la costruzione, polemiche feroci fra liberali e cattolici.

E tanta ironia, da ambe le parti, per il ballo che suggellò, quasi, la festa del campanile. Il «Corriere di Gorizia», liberale, plaudiva; un lugubre «Eco del Litorale» ironizzava sulla possibilità che da un moralistico «dati i tempi...!» si potesse ballare persino a ne lavori per un cimitero. Ci sono di mezzo le due grandi guerre, e le campane che vanno e che vengono dal campanile, requisite per la patria di turno. Guerre devastanti, dopo le quali i reduci, quando tornano, guardano al campanile come simbolo di familiarità, identità e speranza.

Tante vicende si intrecciano in questo libro: un documento del 1879 firmato con 8 croci e 15 manupropria, eco di scuole già in epoca napoleonica, e il ricordo di un pastore che muore in esilio a Lucca. Questo si riallaccia a una lapide del campanile: racconta la storia che vorrebbe ma che non è stata (l’italica liberazione del 1915) e un’altra lapide, pateticamente vera e sofferta: «Con le offerte del popolo 1897»!

Qui, sulla lapide, il punto esclamativo non c’è, ma lo aggiungiamo almeno nella carta e, con Vanni Marega e Liliana Mlakar, lo fissiamo nel cuore.

Ferruccio Tassin 

Plastico dello sviluppo proporzionale del campanile 1570 - 1897

Grazie alle moderne tecnologie quali il CAD e la stampante 3D, ma soprattutto grazie all'indispensabile lavoro di ricerca fatto da Giovanni Marega pubblicato sul libro "Storia del campanile di San Lorenzo", è stato possibile realizzare un plastico architettonico, in scala 1:60, dello sviluppo del campanile dalla prima vela campanaria all'attuale torre.

Modello virtuale del plastico disegnato al computer

Modello reale del plastico ottenuto da stampa 3D

Il modello esposto durante la festa del S.Patrono di San Lorenzo

Immagini della realizzazione del modello

Lavori straordinari di manutenzione della

cuspide del campanile

Tratto da "Il bollettino a San Lorenzo..." Aprile 2017:

Da anni la cuspide del nostro campanile era vittima delle erbacce, della vegetazione spontanea, delle piante e dei fichi che aggredivano, specialmente sulle facciate esposte ad est ed a nord, oltre al naturale degrado dei componenti laterizi della punta.

Oggi speriamo che il problema sia risolto definitivamente o perlomeno,  che non debba ripetersi per un po’ di anni.

L’intervento è stato eseguito principalmente a spese della Parrocchia, anche grazie ad un apposito contributo regionale, dalla Ditta Naturalpe Lavori Speciali, con il sistema delle corde di sicurezza, in scalata esterna, senza l’ausilio di ponteggi, come tutti abbiamo potuto osservare.

Già durante i primi accessi sulla cuspide, si era rilevata un’ importante presenza di vespe, che ha costretto l’impresa ad eseguire più tentativi per debellare i nidi; operazione riuscita dopo molti giorni, operando all’interno ed all’esterno, anche con l’intervento risolutivo dei vigili del fuoco.

Il problema più grande però è stato quello dell’infestazione dei fichi, continuata e ripetutasi anche dopo un intervento di pulizia eseguito un anno prima.

Con una velocità impressionante ed una pervicacia incredibile, si erano sviluppate nove piante robuste, ben radicate all’interno della muratura, posizionatesi assieme a muschi ed altre specie erbacee spontanee lungo le facciate della cuspide e tra i laterizi e le cornici lapidee.

In un primo intervento di pulizia, le intere superfici sono state trattate con appositi diserbanti, ma invano.

Stante l’inefficacia del trattamento, si è poi proceduto con iniezioni di un idoneo prodotto, in modo che questo potesse intervenire  opportunamente sull’intero ciclo vegetativo delle piante, colpendole sino alle radici e per portarle a definitiva estinzione anche dopo la loro fisica estirpazione con rimozione manuale di ogni residuo visibile.

Per questo e stato necessario far trascorrere l’intero ciclo vegetativo temporale delle piante, verificando che il risultato si è concretizzato definitivamente soltanto nell’estate del 2016.

Così è stato possibile terminare le operazioni previste per le rimozioni, sia delle piante e degli arbusti con le radici sia di tutti i mattoni rotti ed ammalorati ; inoltre dopo la definitiva demolizione delle malte deteriorate si è dato seguito al completamento dell’intervento previsto, che ha riguardato : la pulizia di fughe ed interstizi , la rimozione e sostituzione di quasi 450 mattoni laterizi con la tecnica del “cuci” e “scuci”, l’inserimento di spine incrociate in acciaio inox per rinforzare il paramento laterizio interno ed i collegamenti con i paramenti lapidei , la fugatura e stuccatura con malta di calce delle nuove risistemazioni laterizie e della guscia perimetrale tra le superfici laterizie e le pietre strutturali d’angolo , il trattamento finale impermeabilizzante, la pulizia della sfera sommitale della croce e l‘impermeabilizzazione del piano di calpestio del tamburo della cuspide.

Inoltre sono stati installati i punti luce con il sistema a “Led”, per illuminare la cuspide, la cella campanaria ed il fusto, praticamente con il rifacimento dell’intero impianto elettrico del campanile. L’impianto è stato inaugurato in occasione del Nadal in Plaza.

La cuspide e la cella campanaria sono illuminate nelle serate di vigilia delle giornate festive, come segno di condivisione ed appartenenza della nostra comunità. Questa illuminazione, tra l’altro, consente la piacevole visibilità ed identificazione del nostro campanile da lontano.

Il fusto e la base invece saranno illuminati nelle grandi festività e nelle occasioni più importanti di San Lorenzo.

Il Parroco Don Bruno ha archiviato la corposa documentazione fotografica di tutte le fasi dell’operazione.

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